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24 hours in Tokyo

È quasi impossibile restare semplici osservatori di un’urbanità precisa e regolamentata in ogni minimo dettaglio, si viene immediatamente e obbligatoriamente resi parte del bisogno di mantenere possibile, gestibile e soprattutto iper-produttiva, una delle aree a maggiore densità di popolazione del pianeta.

La tecnologia, la sua cura e il suo utilizzo perfettamente regolamentato, diventano cultura, ovvero insieme a ferree regole urbane formano un tutt’uno con l’umanità di Tokyo.

Un legame quindi molto evidente, che é base della societá avanzata della città e di buona parte del Giappone.

Questo “uomo” ha di fatto slegato se stesso dalla natura, arrivando quasi a volerla controllare (come in qualche caso a noi vicino dei tonni del mare di Sardegna, oggi a rischio estinzione) e ha forse slegato se stesso qualche sua origine per proiettarsi nel futuro in un tempo precedente al resto del mondo, prima degli altri, in una realtá in cui valore del tempo é appunto la chiave di tutto.

Nei disastri naturali di Fukushima, il mondo è venuto a contatto, sopra ogni altro aspetto oggettivo, con la loro cultura, che é disposta anche a nascondere l’entità di un disastro, a chiedere il meno aiuti possibili al mondo evitando il rischio di conseguenze sull’economia, mettendo in dubbio la produttività e i basamenti della loro società, ma riparando immediatamente all’imprevisto danneggiamento del “sistema”.

Quel mondo é infatti ritenuto in equilibrio perfetto, non é concepito possa in qualche forma finire o cambiare retrocedendo ad una societá più sobria o addirittura rurale.

La domanda che il mondo potrebbe porre al Giappone è: “..quanto é possibile che l’equilibrio perfetto regga ad un’altra catastrofe, magari più difficilmente sostenibile, o magari che abbia una natura economica e non naturale..?”

I Giapponesi hanno forse da sempre la risposta nella loro quotidianità.